– Brizia, Brizia!
La vocetta dolce che fluiva nell’aria tiepida di giugno, portata dentro dalle tende insieme al profumo delicato della camomilla, la risvegliò. La sorellina, Colombina detta Bina, di sei anni correva a perdifiato con le gote rosse e i capelli ondulati al vento, la piccola gonnellina di cotonina a quadri che svolazzava. Un animaletto selvatico e dolce come una colombella: a Brizia ricordava quelle lepri salterine e lucenti che nelle mattine fredde marzoline vedeva tra l’erba rugiadosa. Un cucciolo vivace, traboccante vita e tenerezza, morbido e ansioso di starle vicina.
– Brizia, vieni, vieni a vedere cosa ho trovato!
La casa di campagna era bella, immersa nel verde e prospiciente un boschetto, oltre il quale si sentiva mormorare un bel fiume ciottoloso. Colombina passava la maggior parte delle sue giornate estive in mezzo alla natura, meravigliandosi e insieme esplorando con la naturalezza data dalla consuetudine, tutti gli angolini nascosti nei dintorni. Anche se, dopo severi ammonimenti e diversi spaventi, aveva il divieto assoluto di allontanarsi oltre certe pietre che lei riconosceva e non dopo il tramonto. Brizia ricordava ancora quando a dodici anni lei e i genitori erano andati con le torce tremolanti a cercarla, spaventatissimi. L’avevano rinvenuta accoccolata vicino a una tana di conigli in attesa di vedere i piccoli protetti dalla mamma. Per fortuna la sorellina non era così selvatica da non dar loro retta, del resto li amava di un sentimento così assoluto e intenso che farli soffrire ancora le avrebbe spezzato il cuore. Così, rispettava rigorosamente – è una falsa idea che i bambini non abbiano regole ferree, anzi, l’abitudine è il loro unico appiglio nel mondo confuso e terrificante dei grandi – il diktat e ogni tanto tornava attraverso le grandi porte a vetro per mostrare alla sorella i suoi tesori.
– Vengo vengo… –
Fabrizia aveva diciotto anni. Quella era stata l’estate della sua maturità, aveva già passato gli esami e in quei mesi si godeva pigramente la gioia della casa natia, in attesa di iniziare un nuovo lavoro a settembre. I suoi genitori, pur contadini e legati alla terra e alla fatica, erano convinti nell’ascensione sociale che lei avrebbe potuto fare, sapevano quanto è importante studiare anche per una ragazza, così le avevano permesso e imposto il liceo classico. Fabrizia non ne era entusiasta, ma come e prima di Colombina, non poteva tollerare gli occhi feriti della madre consumata dalla fatica e quelli buoni e stanchi del padre. Non c’era violenza in quella famiglia, solo la sottile costrizione del ricatto emotivo. Gli anni Sessanta non producevano menti particolarmente brillanti sulle dinamiche di potere relazionale, ma di sicuro menti ostinate e convinte dell’utilità della fatica, qualunque fosse il campo da arare: il foglio bianco con la penna o la grassa terra con l’aratro.
Era anche molto bella, lei. Di una bellezza solida, soda e rosea. Gli occhi erano grandi, pensosi e violacei, i capelli lunghi (non amava la moda delle chiome sbarazzine delle coetanee) e morbidi erano di un castano giovane, lucente e dorato. Il corpo era morbido, quasi troppo grasso, ma non abbastanza per non far desiderare i suoi seni e le sue labbra a metà dei ragazzi della sua classe. Solo che quei desideri se li dovevano ingoiare tutti quanti, a suon di masturbazioni notturne e stridor di denti: Fabrizia era di razza contadina e non permetteva a nessuno di crederla seducente, vestita com’era alla buona, solida e studiosa. Una specie di splendida giovane giovenca. Ai giovanotti, però, infastidiva dover desiderare per convenzione sociale le biondine sfiammate e svenevoli con gonne corte e maglie attillatissime che li attorniavano: avrebbero preferito la Brizia. Qualcuno credeva anche che l’avrebbe fatta cedere e nei cinque anni di liceo ci aveva provato strenuamente, ottenendo al massimo una breve palpatina – raccontata poi come gesta leggendaria – e un bacio su quella bocca rossa e succosa.
Ma ora era estate, pensava Brizia, e contava solo la sua bella sorellina, il sole, la corsa che insieme facevano sull’erba e la cotonina del suo vestito che le toccava la pelle nuda e sudata. Mentre rotolavano insieme al sole, dopo aver esaminato lo stupendo tesoro di Bina – piccoli sassolini lucenti di mica trovati sulla riva del fiume – pensava torpidamente a quelle mani intrusive, e alla bocca sottile e famelica. Seppure ligia al dovere e molto casta, era una ragazza giovanissima, l’istinto prevaleva anche in lei, ogni tanto.
L’estate passò in un lampo e insieme lenta come un’era geologica, fu subito settembre.
Fabrizia Millisca partì dopo aver salutato i genitori e la sorellina, il cuore palpitante della sua vita, alla volta della cittadina che l’aveva già ospitata per cinque anni. Il collegio femminile dove aveva risieduto aveva anche alcune stanze disponibili per le giovani lavoratrici – ovviamente in odore di matrimonio, vista la collocazione cattolica – e lei, grazie alla borsa di studio accuratamente guadagnata e un piccolo contributo dei suoi, ne aveva ottenuta una. Era già in parola per un lavoro da segretaria in un ufficio legale, non adatto alla sua qualifica di classicista, ma era già tanto se l’aveva trovato un lavoro di quei tempi. La stenografia l’aveva un po’ studiata da sola, sempre con quel piglio caparbio negli occhi bovini, e la dattilografia l’aveva masticata – anche grazie ad un’amica di scuola, che era già stata avviata in tal senso – al liceo, nell’ultimo anno. In qualche modo li avrebbe convinti, ci riusciva sempre.
La borsetta nuova fiammante sottobraccio, insieme alle scarpe a mezzo tacco comprate per l’occasione – i piccoli regali, materialista qual era, le infondevano coraggio e audacia – si presentò alle 9.00 di lunedì mattina come da previi accordi. Il tailleur era frusto ma ben tenuto, sotto la camicetta immacolata e stirata alla perfezione. L’unica mancanza erano le calze di nylon, troppo costose. Ma le gambe ben tornite e abbronzate non ne avevano bisogno. I capelli erano racchiusi in una crocchia con la treccia, un filo di rossetto sulle labbra e i piccolissimi orecchini d’oro dono della mamma. L’unica nota stonata era il suo cuore: rimbombava nella testa con la potenza di un tuono. I suoi pochi anni se li sentiva tutti quel giorno.
– Ehm, buongiorno, sono la signorina Fabrizia Millisca. Per il posto di segretaria, ci eravamo parlati a maggio… –
La portinaia la guardava con sospetto sotto i baffetti ingrigiti. Esaminò con cura il foglietto, la nota personale preziosissima del dottore avvocato illustrissimo Leonardo Labriola.
– Mi faccia vedere un documento e la lettera dell’accordo. –
Secca come i bastoncini che crepitavano nel fuoco di casa sua, quelli inariditi dal calore dell’estate, la voce la colpì sul viso tenero. Avvampò, il cuore batteva ancora più forte.
– Sì, ecco… Vede: signorina Millisca, Fabrizia. –
Il ciclope baffuto, con gli occhi brucianti e sospettosi, cedette al dono sacrificale. La prima prova era stata superata. Ora mancavano solo le sirene, i lestrigoni e i pretendenti, sospirava lei.
Salì con fatica, tentando di ostentare dignità, i quattro piani di scale marmoree dell’antiquato edificio. I gradini parevano alti e infiniti, una prova ulteriore della sua perseveranza. A quel punto aveva già ripensato ottocento volte a quanto fosse pericolosa e orrenda quella faccenda del lavoro: quanto bramava in quel momento la pace domestica di una vita da casalinga! Poi ripensò ai sacrifici della sua famiglia e ai suoi, di sacrifici, e accelerò con maestosa popolana e stolida ostinazione sull’erta.
– Buongiorno avvocato…–
– Buongiorno signorina, si accomodi –
I denti dell’uomo di mezza età erano tanti e tutti in fila, le mani avevano un che di prensile e ansioso. Le faceva venire in mente un polpo con la bocca di uno squalo. Dentro di sé lo ribattezzò Scilla.
Si sedette. Parlarono dei suoi compiti, degli orari, della paga – misera, ovviamente – dei suoi doveri, dei suoi progetti. E delle richieste accessorie.
– In che senso accessorie? – Fabrizia era troppo giovane per aver capito fino in fondo.
– Beh… sa, ogni tanto le chiederò qualche straordinario… –
– Oh beh, non c’è problema –
Lo sguardo di Scilla era una lama acuminata e arrugginita che le penetrava il cranio. Sentiva d’essere nuda, eppure aveva messo almeno tre strati addosso. Si agitò leggermente sulla sedia, un velo di sudore sulla schiena.
– Sinceramente, signor avvocato, non capisco… –
– Ma lei crede che mi serva qualcuno di così inesperto per redigere importantissimi documenti legali? –
Il sorriso da squalo divenne una risata, la bocca si era spalancata e lei rischiava d’essere afferrata e mangiata in un sol boccone.
Di colpo si alzò, ora era davvero impaurita.
– Signor avvocato Labriola, forse c’è stato un fraintendimento. La prego di scusarmi, avevo capito un’altra cosa, che le mie mansioni fossero di segretaria e non di accompagnatrice. Do le dimissioni. –
La voce le tremava e sentiva una lacrima sgorgarle dall’angolo dell’occhio, con tutta la forza che aveva la risucchiò all’interno della palpebra. Non aveva senso quel che aveva detto, un angolino della mente le diceva.
– In questo caso, signorina Millisca, le auguro buona giornata.
L’avvocato si alzò in piedi, si avvicinò alla ragazza tremante e le mise le mani sulle spalle, tenendola ferma. Lei era irrigidita, non riusciva a reagire. Il sorriso era sempre più largo e le mani lentamente iniziarono a scendere. Fabrizia si riscosse, strinse con forza la nuova borsetta, sferrò un calcio da mulo incazzato e uscì, volando sulle scale fino all’entrata.
Ecco che tutta la sua avventura di donna lavoratrice finiva così.
Le lacrime le impedivano di vedere, tante erano. Camminava per la strada come una furia, a testa bassa. La borsetta e le scarpe, la pelle che le segava la pelle nuda del piede, le sottili linee di dolore che sentiva affiorare nella carne, la pungente sensazione di essere stata troppo sciocca… Il cuore le rimbalzava insieme ai passi e pensava solo che ora non aveva nessuna chance, nessuno scopo… La sua casa, lontana un giorno di viaggio, sua sorella così dolce e pura, e lei da sola, con quelle suoracce antipatiche e rigide. Niente, non aveva più niente. Solo le mani che l’avevano toccata, non quelle di Scilla, quelle di lui, come si chiamava poi? Sì, Gualtiero, si ricordava ora.
Si fermò. Entrò in un bar, con la preziosa moneta stretta in pugno.
– Sì, buongiorno, casa Collucci? Salve signora, sono Fabrizia, la compagna di Simonetta, si ricorda? Sì, i miei stanno benissimo, grazie. La trovo in casa ora? No… E sa per caso dove sia? –
Il parco di fronte al liceo, sì, era lei. La sua compagna Simonetta, una delle silfidi bionde, però non così antipatiche come altre. Una ragazza astuta, calcolatrice, ma con un sottofondo di gentilezza malcelata. La vide da lontano, la salutò con un cenno. Era sulla panchina, non da sola.
– Ciao, ciao Simonetta! –
Si abbracciarono. L’amica si accorse dello stato di agitazione che Brizia cercava di mascherare.
– Va tutto bene? Che belle scarpe e che borsetta! Fatto grandi acquisti? Un’occasione speciale? –
– Sì… ecco… —
Sulla panchina, con Simonetta, c’era lui, Gualtiero. Le speranze flebili le si infransero come il bicchiere di cristallo che ruppe in casa a dieci anni, lo stesso bruciore di umiliazione le imporporò il viso.
Gualtiero aveva la bocca aperta dallo stupore. Fabrizia così agitata non l’aveva mai vista, era se possibile ancora più bella di quando l’aveva palpata a marzo scorso. Le mani, come allora, sentivano ancora la sodezza e il calore del suo corpo. Le labbra gli bruciavano. Sentiva il desiderio di abbracciarla, proteggerla, accudirla, scoparla.
– Ah sì, no no, non è un’uscita romantica, sono già fidanzata! –
L’anello da classe sociale agiata splendeva nel sole tiepido di fine estate.
– Fabrizia, senti, io stavo per andarmene, ho una certa fretta. Sono fiduciosa che Gualtiero ti offrirebbe sicuramente qualcosa di fresco al bar, ti vedo tanto accaldata e provata. Che ne dici? –
I due si guardarono. Tiero sentiva di camminare non sulle nuvole, ma direttamente tra la Terra e la Luna, dove lo Sputnik aveva orbitato quasi un decennio prima. Non capiva neanche più quale fosse il suo nome e un sottile bip-bip gli saliva dai piedi e gli intontiva il cervello.
– Eh? Oh, sì, sì! Fabrizia, vuoi? Una cosa fresca, o un gelato, se ti va…–
Fabrizia sorrise, lo guardò negli occhi. Lui sentì che un battito del cuore gli mancava – infartuato a diciotto anni: mistero al parco di fronte al liceo Manzoni – e le onde negli occhi di lei gli si infransero ai piedi, travolto da una miscela letale di ormoni impazziti, innamoramento giovanile e beatitudine celestiale. Anzi, spaziale.
– Gualtiero, mi devi perdonare, ero scappata via quella volta… –
Tiero sentì le notti passate a pensarla, febbricitante, risalire tutte quante dentro di lui. Brizia risentì le sue mani e la pura gioia animalesca che quel contatto, la sua bocca sulla sua, nel buio dello stanzino del bidello, le aveva procurato.
– Oh, non pensarci, acqua passata –
Il gelato si sciolse sulla mano di lui, lei, con la malizia delle ragazze giunoniche di Tiepolo, gli pose il fazzoletto candido, e diede una piccola leccatina sul suo palmo. Gualtiero pensò una sola cosa: la mia piccola giovenca mangia già dalla mia mano.